Dialoghi sulla sostenibilità – Intervista a Paola Girdinio

La sostenibilità delle infrastrutture richiede oggi un dialogo strutturato tra ricerca e pratica professionale. In questo contributo, Paola Girdinio riflette sull'integrazione tra digitalizzazione avanzata e riuso del patrimonio esistente come leva strategica per la transizione sostenibile del sistema infrastrutturale italiano.

Dialoghi sulla sostenibilità è una rubrica di IRIDE dedicata al confronto sui temi che stanno ridefinendo il modo di progettare, gestire e trasformare le infrastrutture. Attraverso conversazioni con figure del mondo accademico, professionale e industriale, la rubrica esplora la sostenibilità come metodo di lavoro e come processo continuo, andando oltre le definizioni formali e mettendo al centro esperienze, strumenti e visioni maturate sul campo.

La terza puntata prende avvio da una domanda chiave: la sostenibilità passa dall’innovazione o dal riuso?

Paola Girdinio, docente dell’Università di Genova e presidente del Centro di Competenza START4.0, affronta il tema dal punto di vista della ricerca applicata e del trasferimento tecnologico. Nel suo intervento mette in evidenza il ruolo del dialogo tra ricerca e pratica professionale e individua nell’integrazione tra digitalizzazione avanzata, riuso del patrimonio esistente e materiali circolari una delle traiettorie più promettenti per l’evoluzione sostenibile delle infrastrutture in Italia.

 

Il dialogo tra ricerca e pratica professionale è sempre più centrale. In che modo, secondo lei, può contribuire a rendere le infrastrutture realmente sostenibili?

Il dialogo tra ricerca e pratica professionale rappresenta il ponte indispensabile per tradurre l'innovazione in soluzioni concrete e scalabili. La sostenibilità delle infrastrutture non può più limitarsi a dichiarazioni d'intenti, ma richiede un approccio sistemico dove evidenze scientifiche e competenze operative si alimentano reciprocamente.

La ricerca fornisce gli strumenti per anticipare le sfide: nuovi materiali a basso impatto carbonico, sistemi di monitoraggio predittivo, metodologie di analisi del ciclo di vita. Tuttavia, solo il confronto con chi progetta, costruisce e gestisce quotidianamente le infrastrutture permette di validare queste innovazioni rispetto a vincoli reali - economici, normativi, territoriali - e di identificare le priorità d'intervento più urgenti.

Allo stesso tempo, la pratica professionale genera dati, osservazioni e problematiche che devono orientare gli obiettivi della ricerca. Le criticità emerse durante la manutenzione di un'opera, le inefficienze rilevate nella gestione energetica, le vulnerabilità rispetto ai cambiamenti climatici: sono questi i quesiti che la ricerca deve affrontare per essere davvero rilevante.

Questo scambio bidirezionale produce tre benefici fondamentali. Primo, accelera il trasferimento tecnologico, riducendo il gap tra laboratorio e cantiere. Secondo, favorisce la formazione di competenze ibride, capaci di parlare entrambi i linguaggi. Terzo, promuove una cultura della sostenibilità basata su metriche verificabili piuttosto che su greenwashing.

Le infrastrutture del futuro saranno sostenibili solo se progettate con metodo scientifico e realizzate con pragmatismo operativo. Il dialogo tra ricerca e professione non è un'opzione, ma la condizione necessaria per costruire opere resilienti, efficienti e responsabili verso le generazioni future.

 

Guardando al futuro, quale ambito di ricerca o sperimentazione ritiene più strategico per far evolvere la progettazione sostenibile in Italia?

L’ambito più strategico per l'Italia sia l'integrazione tra digitalizzazione avanzata e riuso del patrimonio esistente, con particolare attenzione ai materiali circolari e alle tecniche di retrofit.

L'Italia possiede un patrimonio infrastrutturale invecchiato che richiede interventi massicci. Demolire e ricostruire comporterebbe costi ambientali insostenibili. La vera sfida è quindi sviluppare metodologie scientifiche per diagnosticare, rigenerare e adattare ciò che già esiste, trasformando un limite in opportunità.

La ricerca dovrebbe concentrarsi su tre direttrici complementari. Primo, l'utilizzo di tecnologie digitali - BIM, digital twin, intelligenza artificiale - per mappare lo stato delle infrastrutture, simulare scenari d'intervento e ottimizzare le strategie manutentive lungo l'intero ciclo di vita. Questi strumenti permettono decisioni basate su dati reali, riducendo sprechi e migliorando la resilienza climatica.

Secondo, lo sviluppo e la validazione di materiali innovativi a basso impatto: calcestruzzi con aggregati riciclati, leganti alternativi al cemento Portland, materiali bio-based. L'Italia ha eccellenze nella scienza dei materiali che potrebbero essere traslate su scala industriale attraverso sperimentazioni pilota su infrastrutture reali.

Terzo, la definizione di protocolli standardizzati per la valutazione della sostenibilità che integrino non solo la dimensione ambientale, ma anche quella sociale ed economica, considerando specificità territoriali e vincoli normativi italiani.

Questo approccio risponderebbe a un'urgenza nazionale - la messa in sicurezza del patrimonio - coniugandola con gli obiettivi di decarbonizzazione. Inoltre, posizionerebbe l'Italia come riferimento europeo nelle strategie di economia circolare applicate alle grandi opere, creando competenze esportabili e alimentando un settore industriale strategico.

La sostenibilità in Italia passa necessariamente dalla capacità di innovare nella conservazione e nel riuso intelligente.