IRIDE Circular Lab – Distretti Infrastrutturali Sostenibili: la governance come motore di sviluppo

La seconda fase di Circular Lab: come rendere la sostenibilità parte integrante delle scelte

Si è svolto il 21 aprile a Milano il secondo evento di IRIDE Circular Lab, intitolato Distretti Infrastrutturali Sostenibili: la governance come motore di sviluppo. Un appuntamento che prosegue il percorso avviato nei mesi precedenti e ha proposto i risultati di questo primo periodo di lavoro concreto.

L’incontro ha riunito gestori, progettisti e operatori del settore attorno a una questione ormai condivisa ma sulla quale c’è ancora molo da fare: come rendere la sostenibilità parte integrante delle scelte, e non un appellativo che arriva dopo. Il tema è, definito casa si intende per sostenibilità, capire come farla emergere e funzionare dentro processi complessi, lunghi e spesso frammentati.

Dalla singola opera al sistema territoriale

Ad aprire i lavori sono stati Mauro Di Prete e Valerio Veraldi, rispettivamente fondatore e direttore tecnico dell’Istituto IRIDE, che hanno ripreso il percorso del laboratorio e riportato il confronto su un punto preciso: il superamento della logica del progetto isolato.     
Le infrastrutture insistono sugli stessi territori, condividono criticità, vincoli e opportunità. Strade, ferrovie, aeroporti e i loro cantieri non sono elementi autonomi, anche quando vengono progettati e quando si sviluppano le azioni per la loro gestione. Non considerare ciò, nel tempo, ha prodotto sovrapposizioni, inefficienze e una difficoltà crescente nel gestire gli impatti complessivi, e ha negato la possibilità di creare delle opportunità di sinergie e, invece, utilizzare la loro compresenza come “moltiplicatore” di sostenibilità.          
Il modello dei Distretti Infrastrutturali Sostenibili (DIS) nasce per affrontare proprio questo nodo. L’idea è costruire una lettura unitaria, in cui territorio, opere e scelte progettuali vengono considerate insieme, con l’obiettivo di migliorare coerenza, tempi e qualità delle decisioni.

Il tema della governance

Su questa base si è sviluppato uno dei filoni più solidi del confronto, quello della governance.
Oggi il sistema infrastrutturale è attraversato da responsabilità distribuite: proponenti, stazioni appaltanti, enti territoriali, soggetti autorizzativi. Ognuno opera con strumenti e tempi propri. Il risultato è una gestione che fatica a tenere insieme le diverse fasi del processo.    
Il DIS introduce l’idea di una regia condivisa, non come livello aggiuntivo ma come struttura di coordinamento, capace di accompagnare il progetto dalla fase iniziale fino alla gestione. Una regia che renda più chiari i passaggi, le responsabilità e le priorità, e che consenta di evitare frammentazioni lungo il percorso.

Come ha evidenziato Mauro Di Prete, il problema non è fare di più, ma far dialogare meglio ciò che già esiste.

Tempi lunghi, territori che cambiano

Il tema dei tempi è stato affrontato in modo diretto da Sara Padulosi (ANAS), che ha riportato l’esperienza operativa di chi gestisce progetti su archi temporali molto estesi.       
Tra la fase di programmazione e la realizzazione possono passare molti anni. In questo tempo il territorio cambia, cambiano le esigenze e cambiano anche le condizioni normative e sociali. Un progetto che nasce in un contesto si trova spesso a essere realizzato in un altro.
Da qui la necessità di un rapporto più continuo con il territorio, che non si esaurisca nelle fasi iniziali ma accompagni l’intero processo. Senza questo allineamento, il rischio è quello di perdere coerenza e accumulare criticità proprio nelle fasi più avanzate.

La sostenibilità dentro il progetto

Su un piano più applicativo si è inserito l’intervento di Sara Frisiani (TECNE – Autostrade per l’Italia), che ha mostrato come la sostenibilità possa entrare nei processi progettuali in modo strutturato.
L’esperienza presentata riguarda diversi ambiti: certificazione Envision, gestione della sicurezza, digitalizzazione dei cantieri, controllo delle prestazioni lungo il ciclo di vita. Non si tratta di iniziative isolate, ma di un lavoro che tende a integrare la sostenibilità nelle scelte operative.
Il passaggio più netto riguarda il momento in cui questa integrazione avviene. Se la sostenibilità viene introdotta tardi, diventa difficile incidere davvero sulle scelte. Se entra fin dall’inizio, può orientare il progetto in modo più efficace.

Il caso Venezia

Un esempio concreto di queste dinamiche è arrivato dal contributo di Davide Bassano (SAVE), che ha parlato del Masterplan 2037 dell’aeroporto Marco Polo di Venezia.
Si tratta di un progetto che insiste su un territorio particolarmente sensibile, in cui convivono infrastrutture, sistema lagunare, città storica e nuove direttrici di sviluppo. Proprio questa complessità rende evidente uno dei limiti degli strumenti attuali: il confronto con il territorio avviene spesso quando il progetto è già strutturato.
Nel caso presentato, il dialogo con gli stakeholder si è sviluppato in una fase avanzata, con la conseguenza di spostare l’attenzione più sulle criticità che sulle possibili soluzioni condivise. Questo rende difficile incidere sulle scelte progettuali e rallenta i processi autorizzativi.
Allo stesso tempo, il progetto ha cercato di introdurre elementi di sostenibilità su più livelli: produzione energetica, gestione delle risorse, interventi sulla biodiversità e soluzioni di integrazione con il territorio. Interventi che però, come evidenziato, sono stati definiti principalmente con una “semi” visione: quella del proponente.
Il punto sollevato da Bassano è chiaro: senza un confronto anticipato e strutturato, anche soluzioni avanzate rischiano di non essere pienamente allineate con le esigenze del territorio. In questo senso, il DIS può diventare uno spazio di lavoro utile per costruire questo confronto prima, quando le scelte sono ancora aperte.

Dati e modelli

Il contributo di Salvatore D’Alfonso e Giovanni Cossu (TELT Lyon Turin) ha portato il confronto su un piano ancora più concreto, partendo dal caso della Val Roja, un territorio fragile e complesso tra Italia e Francia.
Qui il tema non è teorico. La tempesta Alex del 2020 ha messo in crisi contemporaneamente infrastrutture stradali e ferroviarie, mostrando in modo evidente cosa succede quando opere diverse insistono sullo stesso territorio senza una regia integrata. Il danno non è stato solo infrastrutturale, ma sistemico: interruzioni, difficoltà di coordinamento tra soggetti diversi e tempi lunghi di ripristino.
Da questa esperienza nasce una riflessione precisa. La sostenibilità non può essere legata alla singola infrastruttura, ma deve riguardare il comportamento complessivo del territorio, soprattutto in condizioni critiche.

Alla logica del DIS a ai principi della sua governance occorre attribuire anche strumenti operativi adeguati. In questo contesto si inserisce il tema del gemello digitale territoriale, presentato come uno strumento capace di integrare dati provenienti da fonti diverse – monitoraggi, sensori, modelli BIM e GIS – e di restituire una lettura continua del territorio. Non solo per analizzare quello che accade, ma anche per prevedere scenari e supportare decisioni operative, come la gestione del traffico o l’attivazione di misure di sicurezza in caso di eventi estremi.
Come ha sottolineato Giovanni Cossu, il punto non è la tecnologia in sé. Serve prima definire cosa si vuole osservare e perché, quali dati sono davvero utili e chi li utilizza. Senza questo passaggio, anche gli strumenti più avanzati rischiano di restare scollegati dalle decisioni.
Il caso Val Roja diventa così un esempio concreto di quello che il modello DIS prova a costruire: integrazione tra infrastrutture, dati e governance, per rendere il territorio più resiliente e gestibile nel tempo.

Il dibattito

Il confronto finale, moderato da Alfredo Martini (The Sign Comunicazione), ha coinvolto numerosi addetti ai lavori tra istituzioni, progettisti e operatori del settore e ha riportato al centro alcuni nodi già emersi negli interventi, ma con un taglio più diretto e operativo. In particolare, è stato sottolineato come il vero salto non riguardi trattare la singola infrastruttura, ma il passaggio a una logica integrata tra infrastrutture e territorio, che richiede modelli di governance più solidi e coordinati.

Accanto a questo, più voci hanno evidenziato i limiti degli attuali processi partecipativi: il dibattito pubblico arriva spesso troppo tardi, quando le scelte sono già impostate, e fatica a incidere realmente sulle decisioni. Da qui la necessità di anticipare il confronto e renderlo parte strutturale dei processi autorizzativi. Una logica delle Stakeholder Engagement nel suo complesso piuttosto che processi parziali e specifici.

È emerso inoltre un aspetto da superare: la frammentazione delle iniziative e la proposizione di singoli interventi. Progetti che insistono sullo stesso territorio continuano a essere sviluppati in modo separato, senza una regia comune, con ricadute su tempi, costi e qualità complessiva delle soluzioni.

Su questo punto, diversi interventi hanno richiamato la necessità di costruire modelli stabili di coordinamento, anche a livello normativo, e strumenti capaci di accompagnare i progetti nel tempo, dal confronto iniziale fino alla gestione e al monitoraggio.

Un passaggio prima di tutto culturale, oltre che tecnico, essenziale per far si che la sostenibilità delle iniziative sia un motore di integrazione e di sviluppo del territorio e dell’ambiente nel quale si si inseriscono.

Verso un modello operativo

Il lavoro del Circular Lab si sta progressivamente spostando dalla riflessione alla costruzione di strumenti.          
Tra i temi emersi ci sono la definizione di KPI di Distretto, la costruzione di linee guida e l’individuazione di modalità di coordinamento tra i diversi attori. L’obiettivo è dare forma a un modello che possa essere applicato, adattato e verificato nel tempo.         
Il confronto ha messo in evidenza un’esigenza comune: le infrastrutture funzionano meglio quando vengono lette come parte di un sistema. Per arrivarci serve un metodo condiviso, capace di tenere insieme progettazione, territorio e gestione.   
Il Circular Lab si muove in questa direzione, con un passaggio progressivo dalla discussione alla sperimentazione.

 



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